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G.Berto
GIUSEPPE BERTO
"...appena
la vidi, seppi che quella terra dalla quale sporgevano quelle magiche isole era la mia
seconda terra e qui sono venuto a
vivere"
Dal volumetto"Intorno
alla Calabria" di G.Berto ediz.Mapograf Vibo Val. pag.20
Alcuni brani tratti dal romanzo Il male oscuro:
.............Così scrissi Il male oscuro, che è press'a poco il
racconto della mia malattia.Lo buttai giù in Calabria,
in un luogo isolato che si chiama Capo Vaticano.......... ....................e
intanto sulla costa della Sicilia si è acceso il faro di Punta Faro e si vedono anche le
luci rosse dell'elettrodotto e quelle più basse del porto, e si cominciano a distinguere
le lunghe file di lampadine della costa............
Nato a Mogliano Veneto ( Treviso) alle ore 5 del 27-12-1914 - morto a Roma nel 1978) .
Intorno agli anno '60 in giro per il Sud, perseguitato dal suo male oscuro,rimase
incantato della terra calabrese e riuscì ad assicurarsi la più bella fetta di Capo
Vaticano, nel comune di Ricadi in provincia di Vibo Valentia, offertagli da un contadino a
cui mancavano i soldi per le nozze delle figlia.
L'amore di Berto per questa nostra terra fu grande: in tanti anni che visse a Capo
Vaticano, lo scrittore ha voluto essere in prima linea nell'impostare una battaglia per la
difesa del territorio, delle tradizioni più genuine e popolari, soprattutto contro tutto
ciò che era speculazione ignobile sulla pelle di una terra la cui unica ricchezza è
appunto " la ricchezza della povertà".
Egli era convinto che la Calabria sarebbe potuto diventare il paese ideale di un turismo
nuovo " un luogo di recupero spirituale per tutta la gente estenuata dalla nevrosi,
dal consumismo e dalla industrializzazione" come si legge alla pag. 21 del sopra
citato volumetto "Intorno alla Calabria".
Per la conservazione dell'antico patrimonio calabrese Berto, dagli amici detto Bepi,
ha scritto e detto contro scelte politiche in materia di industrializzazione, contro il
lassismo degli amministratori locali che consentivano lo scempio di Capo Vaticano ed ha
tentato di scuotere l'antica apatia dei calabresi, suscitando uno spirito teso a
restituire loro dignità e fierezza.
Nella vita e soprattutto nell'opera di Berto ebbe una decisiva importanza il rapporto col
padre, maresciallo dei carabinieri e poi negoziante di cappelli ed ombrelli: quanto il
padre era autoritario e sicuro di sè, tanto Berto era pieno di dubbi, incertezze e
sfiducia in sè stesso. Dagli otto ai quindici anni Berto studiò nel collegio salesiano
del suo paese natio;dopo aver terminato il Liceo a Treviso, fece il servizio militare e si
scrisse alla Facoltà di Lettere all'Università di Padova. Nel '35 scoppiava la guerra
contro l'Etiopia e Berto, allora sottotenente di fanteria,partì volontario e rimase
quattro anni in Africa Orientale. Tornato in patria si laureò nel '40 a Padova in
Storia dell'Arte e nell'autunno dello stesso anno insegnò Latino e Storia nell'Istituto
Magistrale di Treviso e nell'anno successivo Italiano nell'Istituto Tecnico per geometri
della stessa città.
Nel '40, all'entrata in guerra dell'Italia a fianco della Germania, aveva fatto domanda di
volontario e nel '42 fu mandato in Africa settentrionale.
Nel 1943 Giuseppe Berto fu fatto prigioniero dalle forze
alleate e condotto nel campo di concentramento di Hereford (Texas), dove rimase due anni; qui scrisse i racconti
di Un pò di successo (Longanesi, Milano 1963) e i romanzi Le opere di Dio (Macchia,
Roma 1948) e La perduta gente, pubblicato con il titolo Il cielo è rosso (Longanesi,
Milano 1947), che fecero seguito al lungo racconto del '40 "Colonna Feletti" .
L'esperienza d'Africa è presente anche nel romanzo-diario Guerra in camicia nera (Garzanti,
Milano 1955).
Fra gli altri romanzi: Il brigante (Einaudi, Torino 1951), IL
MALE OSCURO (Rizzoli,Milano 1964), che segna il passaggio da una narrativa
neorealistica al romanzo di introspezione psicologica e che ottenne i premi Viareggio e
Campiello; La cosa buffa (ibid.1966); Anonimo veneziano (ibid.1971; La
gloria (Mondadori, Milano 1978) e l'ironica Oh, Serafina.Fiaba ecologica di
manicomio e d'amore (Rusconi, Milano 1973).
Di ispirazione religiosa sono i drammi L'uomo e la sua morte (Morcelliana, Brescia
1973) e La passione secondo noi stessi (Rizzoli, Milano 1972).
Nel volume E' forse amore (Rusconi, Milano 1975) sono raccolti i racconti d'amore
scritti nell'arco di un trentennio, mentre Modesta proposta per prevenire (Rizzoli,
Milano 1972) raccoglie saggi in forma di dialogo. Seguono: La gloria (1978), Intorno
alla Calabria (postumo) del 2000.
Collaboratore del " Resto del Carlino", ha svolto attività giornalistica anche
per la Rai.
Da ricordare infine l'epistolario, inedito, in cui, come afferma G.Vigorelli
in " La linea veneta nella cultura contemporanea" ( Leo S.Olschki, Firenze 1989)
pag. 39, 55, traspare l'amarezza di Berto per il fatto che sempre gli era stato
contestato, mai riconosciuto, spesso anzi rifiutato, il posto dovuto nella letteratura
italiana del '900.
Berto non è appartenuto ad alcun circolo letterario nè ad alcun partito politico, anche
se i fascisti lo hanno giudicato un traditore ed i comunisti un fascista.Egli non si legò
mai nè agli uni nè agli altri: probabilmente, dopo tante tristi esperienze e tante crisi
psichiche, era soltanto un uomo libero che voleva vivere in pace.
Consumato da un male incurabile G.Berto si è spento nel 1978 nella clinica "Villa
Flaminia" a Roma: il "male oscuro" che tanto l'aveva assillato aveva ormai
concluso il suo corso.
Ricerche curate dal Dir.scol.Fiorenzo Restuccia
e dalla Prof.ssa Grazia Presto. |